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lunedì 22 febbraio 2010

Me ne sto placidamente a sciacquettare nell'acqua, allungato nel tiepido fluido che mi fa un po' galleggiare, come faceva Archimede quando disse “EUREKA”, con l'accento sulla prima E, aoristo (passato remoto) di EURISKO... significa “HO TROVATO” mentre se lo leggi con l'accento sulla seconda E diventa l'aoristo di OUREO e significa “HO FATTO LA PIPI”. So che tutti i classicisti a questo punto stanno febbrilmente controllando le proprie grammatiche greche per verificare la correttezza di questa informazione, ma è tempo perso, quello che dico è SOSTANZIALMENTE se non formalmente corretto, perché è quello che ci insegnavano gli studenti anziani al liceo, quando eravamo sbarbatelli di 4° ginnasio, quindi è assolutamente inutile stare a sottilizzare. Adesso che sono cresciuto so che forse si dice Ούρησα, ma del resto se cerco di tradurre in greco la frase "ho trovato" ottengo questo βρέθηκε che non è esattamente la stessa cosa. Ad ogni modo questo rientra nell'aneddotica che pervade questa narrazione, quindi ... quindi. Sicuramente Archimede mentre lo diceva non voleva affatto parlarci delle sue evacuazioni, ma del principio secondo il quale un corpo immerso in un liquido riceve... si, lo so, pochi di voi lo sanno, e agli altri non interessa nulla, quindi proseguo seguendo il filo dei miei pensieri. Il filo è in realtà una grossa matassa che mi immagino richiederà un bel po' di tempo per essere “dipanata”, come dicevano le nostre nonne, e in effetti, “Tempus Fugit”, il tempo fugge, meglio darsi una mossa.

Ho un ricordo della mia infanzia, credo sia il primo ricordo cosciente che ho di me stesso, e del mio mondo di allora, e risale a quando avevo quattro anni; ho provato più volte ad andare indietro con la memoria a periodi più remoti, ma ho sempre cozzato (che con le cozze non c'entra nulla) contro un muro gommoso e buio. Va bé dicevo di questo ricordo, che tuttora, a ripensarci, mi provoca stupore per la chiarezza con la quale ho razionalizzato e incasellato certi concetti in maniera del tutto inaspettata: ricordo che ero in casa, il grande appartamento dove viveva la mia famiglia, i miei genitori, mia sorella minore ed io, e ricordo che era estate, le finestre erano aperte a far entrare l'aria calda del primo pomeriggio. Una radio faceva sentire della musica “moderna” mentre io, bel frugoletto quattrenne sfrecciavo sulle mie gambette percorrendo, mezzo correndo e mezzo scivolando sulla suola di feltro delle mie pantofole di panno blu, il lungo corridoio a L che portava verso la camera da letto dei miei genitori dove stava la fonte della mia eccitazione: nella culla di vimini dormiva la mia nuova sorellina, la più piccola, l'ultima arrivata. Nessuno protestava, nessuno alzava la voce o berciava perché stavo correndo come un matto, nessuno si preoccupava delle mie intenzioni: o dormivano tutti, o la fiducia in me, pikkolo pampino, era smisurata. Di fatto nemmeno io sapevo perché correvo, né cosa cercavo, ma l'eccitazione era in me, come è normale che sia a quell'età; e difatti arrivato in camera mi affacciai alla culla, dando un'occhiata di sfuggita alla bimba che dormiva, e mentre mi ritiravo deluso senza fare il minimo rumore, pensavo alla musica che si sentiva in lontananza alla radio, riflettendo su come si potesse fare una canzone soltanto dicendo “Sha-la-la”. Ed era in quel momento così chiaro in me il concetto di canzone, di testo coerente, di “Sha-la-la”, che ancora adesso non riesco a spiegarmelo.

Da quel momento in poi, da quel primo ricordo che introduce la figura della “sorella minore minore” tanto per parafrasare i giapponesi, e che sfortunatamente la “sorella minore maggiore” vede esclusa per motivi di età (ha solo un anno meno di me, non avrei mai potuto ricordarmela in questa maniera), i miei ricordi, si mischiano ai ricordi che i miei parenti in un primo momento, e i miei amici in seguito, hanno di me, offrendo ad un occasionale spettatore la possibilità di confrontare le varie realtà, sempre ammesso che riesca a trovare un catalogo di ricordi esaustivo almeno quanto questo. Già, perché qui si trovano ricordi originali, in massima parte, usati ma tenuti bene, che potrebbero essere utili a un sacco di persone per ricostruire i momenti salienti della propria vita, oppure per fare un po' di conversazione svagata, giusto per non parlare del tempo:

“Ti ricordi quella volta che Nicola ...”
“Si, ma non era quella volta li...è successo dopo, quando aveva... quanto avrà avuto... sette anni?”

Niente di che, sia chiaro, ero un bimbetto molto tranquillo, magari troppo, visto che poi i miei si preoccuparono.... ma questo viene dopo.

Non passa molto tempo da quella folgorazione pomeridiana, del tutto estemporanea e chiusa in sé stessa come uno scrigno segreto e impenetrabile ed ecco che compare il ricordo di quando affrontai il primo giorno di “asilo”. Ancora adesso che ho quasi cinquant'anni non riesco a spiegarmi perché i miei spendessero soldi per mandarci all'asilo, visto che la mia mamma non lavorava; presumo che gestire tre di noi contemporaneamente fosse un carico non indifferente (ma lo presumo adesso, visto che allora sarei stato volentieri a casa). Insomma, quel primo giorno di asilo, in un posto lontano da casa, pieno di suore non me lo scorderò mai, almeno nei suoi tratti essenziali. Di fatto eravamo io e la “sorella minore maggiore”, accompagnati dal papà, ad addentrarci in quegli antri oscuri e minacciosi con una unica uscita verso un giardinetto con un mucchio di sabbia e un sacco di quei fiorellini dai petali blu col centro azzurro chiamati “gli occhi della madonna” casualmente disposti attorno ad una statua della Madonna. La sorella minore maggiore se la passava tranquillamente con gli altri bimbi della classe, io invece cominciavo a manifestare segni di disappunto e di sconforto tanto da mettermi a piangere chiamando papà... e miracolo: lui era di la del muro, quasi salito in macchina ma non del tutto, pronto per tornare a casa. Tra le lacrime gli urlai la mia richiesta al di là del muro: il secchiello e la paletta per giocare con la sabbia, e lui assicurandomi che me li avrebbe portati al più presto se ne andò. Temo che la mia fiducia nel genere umano abbia avuto inizio in quel preciso momento di quel preciso giorno: quale padre si sarebbe tirato indietro di fronte a tale accorata richiesta? Rimasi speranzoso in attesa, caparbiamente inchiodato a terra a un metro dal cancelletto di servizio, aspettando il mio papà con secchiello e paletta. A nulla valsero i richiami severamente affettuosi delle suore, io stavo li, aspettavo, con l'incrollabile fiducia dei miei cinque anni. E aspettavo... e aspettavo... e dopo un tempo che sembrava già ora di andare a casa, e invece erano passati solo dieci minuti, ecco che sento la voce del papà, da dietro il cancello che mi chiama:
“Nicola, sei li ?”
“SI” – grido tra l'eccitazione e la commozione.
“Occhio che arriva” grida la voce da li dietro, e con una parabola elegante il mio secchiello rosso con le figurine bianche disegnate, e la mia paletta blu DI FERRO atterrano davanti ai miei piedi. Oh miracolo, oh meraviglia, oh legame col mondo esterno, degli oggetti appartenenti alla mia vita, al mio mondo riescono a entrare in questo mondo, che di colpo perde ogni aspetto minaccioso, e diventa semplicemente un luogo da esplorare.

Di quel luogo conservo pochissimi altri ricordi: l'insegnamento del francese, i telai dove ci esercitavamo a fare il nodo asola (quello delle scarpe), i tentativi vani di attaccare briga con l'attaccabrighe della classe (che mi snobbava regolarmente). Insomma, poco o niente da segnalare, tanto che se non ci pensassi non ci penserei, e di conseguenza non ricorderei. Eppure ogni volta che passo davanti a quel portone, in via Giotto, qualcosa dentro di me ancora si muove, e dall'alto dell'autobus cerco di guardare dentro il giardino, dietro quel cancello chiuso, cercando di scorgere, se ancora ce ne sono, bambini in cerca di rassicurazione, e papà pronti a offrirne...

Mi sa che da li a poco cominciai ad andare a scuola.

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